Piccola riflessione sull’attaccamento

Con l’arrivo della stagione Invernale, il canto dell’Orsa ci porta nel cuore della Terra. In quel luogo in cui la vita risposa sicura e in cui possiamo sognare i nostri prossimi passi e riflettere su alcune parti di noi stessi. L’attaccamento è una delle molte forme della nostra insicurezza e Paolo Bran Veneziani del Grove il Cerchio di Anu, ci conduce in una bellissima riflessione che riguarda, in senso generale, ogni forma d’attaccamento sopratutto nella visione di un cammino spirituale.
Con la Benedizione del Canto dell’Inverno – Aeothin –
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-Immagine dal Web-

Oggigiorno, allo stato attuale delle cose, sembra quasi che la spiritualità non sia slegata dalle posizioni,  più o meno importanti, che si ricoprono all’interno della tradizione d’appartenenza.

Io credo che un qualsiasi “incarico pubblico” non debba mai essere disgiunto dal concetto che dovrebbe vedere lo spirito di servizio, quale unico valido propellente, necessario anche e soprattutto nelle funzioni che siamo chiamati a svolgere.  Nella mia reale ingenua visione resto convinto che qualsiasi incarico debba necessariamente essere accompagnato da umiltà e assenza di egocentrismo.
Le poltrone non sono importanti, dietro a queste ultime vi è sempre uno scopo più grande e nobile della poltrona stessa. Questo è assai più valido in una tradizione spirituale.
Dovremmo disidentificarci dal ruolo che ricopriamo per appropriarci nuovamente della nostra parte più sacra, della nostra parte più autentica e pura.
Ogni tradizione, proprio tutte, sono gestite da persone che, in quanto tali dimostrano la propria fallibilità.Questa umana propensione all’errore, anche involontario diventa assai più evidente quando l’ego subentra nelle nostre faccende quotidiane e nelle mansioni che ricopriamo. Dovremmo essere in grado di spogliarci dai ruoli per diventare, paradossalmente più adatti al servizio al quale ci siamo dedicati, per essere  più liberi di incarnare gli insegnamenti che diamo, per diventare realmente ciò che insegniamo.
Lo stesso discorso, sebbene più complesso può essere esteso alla tradizione alla quale apparteniamo. Più o meno inconsciamente, sviluppiamo una forma di attaccamento verso i nostri reciproci “credo”.
Questo fatto comporta, una forma di intransigenza che, sempre in alcuni sporadici casi, assume la forma di assolutismo, quest’ultimo, a sua volta va ad alimentare le dicotomie, enfatizzando di fatto le differenze a discapito dei punti in comune. Restando in superficie noi propendiamo a leggere e a dare un significato a qualsiasi parola, dimenticando che la cosa più importante è il concetto nascosto dietro la parola stessa. Nelle profondità della nostra parte più sacra scopriremo che le parole non hanno i significati che siamo ormai abituati ad attribuirgli.  Nella nostra profondità non esistono dualità ma, al contrario, esiste un più armonico e reale principio di unità.
Il troppo attaccamento e la superficialità ci spingono verso una deriva fondamentalista. La vera saggezza invece ci spinge a conciliare gli opposti che, di conseguenza non verrebbero più percepiti come “altro da noi” o come pericolosi per noi ma, al contrario, gli stessi opposti (o almeno quelli che noi identifichiamo come tali) diventerebbero strumenti atti ad incrementare la nostra crescita e il nostro arricchimento, sia esso etico, morale o puramente intellettuale. In questi giorni, mi torna spesso in mente un concetto espresso da Buddha Sakyamuni in uno dei suoi tanti Sutra.
Usa le tecniche che ti vengono insegnate, usa la religione alla quale appartieni, usa le mie stesse parole così come useresti un semplice mezzo di trasporto. Se devi guadare un fiume utilizzerai una barca ma, una volta che lo avrai attraversato, dovrai procurarti un mezzo di trasporto più adatto. Certo, la barca ti è stata utile nel tuo percorso, senza di essa non avresti potuto guadare il fiume ma, se svilupperai un attaccamento alla barca, trascinandotela dietro anche sulla terra ferma, quando invece necessiteresti di un cavallo, essa diverrà solo un impedimento, perdendo di fatto la sua utilità“.
Amo profondamente il passo del Sutra appena citato perché mi dà la misura di quanto ogni tipo di attaccamento, anche l’attaccamento alle forme meramente superficiali delle tradizioni che pratichiamo, subdolamente riesca a trasformarsi in un ostacolo che impedisce una sana crescita spirituale.
Per concludere quindi, a mio modesto avviso, dovremmo trovare dentro di noi il coraggio di non auto definirci ma di essere SEMPLICEMENTE noi stessi, con tutti i nostri limiti ma anche con tutte le meravigliose peculiarità e talenti che ci rendono unici ed irripetibili.
Così facendo saremmo in grado di scavalcare pacificamente le barricate mentali create dall’ego, spogliandoci dalle nostre corazze e gettando le bandiere sulle quali sono disegnati i falsi stendardi nei quali ci ostiniamo ad identificarci.Compiendo un simile atto di coraggio e di umiltà, non saremo persone più religiose o filosofi più colti ma diventeremo esseri veramente più spirituali.
Vostro nel fuoco che illumina l’inclusività della nostra Sacra Radura.
Bran /|\

 

Bosco dei Noccioli 2016

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